Il “Patentino di Fedeltà”: quando per fare il volontario al San Carlo devi piacere al Direttore
Cronaca di un’esclusione: il paradosso del volontariato al San Carlo, dove il diritto di critica diventa un limite all’altruismo.
Esiste un limite all’impegno civile a Potenza? Sembrerebbe di sì, specialmente se la voglia di rendersi utili si scontra con il ruolo di cittadino-cronista libero. Il caso emerso durante l’ultimo corso per aspiranti volontari dell’Associazione Volontari Ospedalieri (AVO) presso l’Ospedale San Carlo solleva interrogativi pesanti sulla reale autonomia del terzo settore lucano.
Dopo aver completato l’iter formativo, la sorpresa è arrivata al colloquio finale. Non si è discusso di empatia o assistenza ai degenti, ma della posizione critica espressa in passato dal candidato nei confronti del Direttore Generale, Giuseppe Spera. I vertici locali dell’AVO, anziché rivendicare l’indipendenza dell’associazione, hanno sollevato una questione di “opportunità”: la firma di articoli che analizzano le criticità della gestione Spera è stata letta come un fattore di incompatibilità. In particolare, sembrerebbe aver pesato la ricostruzione giornalistica su un recente premio ricevuto dall’ospedale, rivelatosi poi erogato da un’azienda fornitrice della
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struttura stessa (Leggi QUI).
Il passaggio più critico del confronto ha riguardato la missione stessa del volontario. Alla domanda diretta: “Se notate qualcosa che non va, lo segnalate alla Direzione?”, la risposta dei vertici AVO è stata netta: “Non è il nostro ruolo, noi dobbiamo solo portare conforto con la nostra presenza”.
Questa dichiarazione delinea una visione del volontariato che potremmo definire “silente”. Un approccio che sembra auto-imporsi il divieto di segnalare disservizi per non incrinare l’ottimo rapporto con il management. Ma se un’associazione sceglie di non riferire le storture di cui è testimone oculare, la sua funzione di cittadinanza attiva rischia di trasformarsi in una copertura involontaria per le inefficienze del sistema.
L’impressione è quella di una struttura che, pur basandosi sul cuore di molti soci, ai vertici operi una selezione basata sul gradimento politico-aziendale. Una sorta di “filtro” preventivo che esclude chi non rinuncia al proprio spirito critico. Resta il sospetto che l’AVO, più che un servizio esclusivo ai malati, rischi di scivolare verso un ruolo di “scudo d’immagine” per la Direzione Generale.
Il volontariato deve essere un atto di libertà, non un prezzo da pagare in termini di indifferenza. Se per indossare una pettorina è richiesto di chiudere gli occhi, allora il problema non è chi vuole partecipare, ma l’identità di chi gestisce l’accesso alle corsie.