IL “CASO DI NOIA” SCOPERCHIA IL PALAZZO: TRA COMMISSIONI REGOLATE CON LO SCUDO E IL “BULLISMO”

SUL TAVOLO DELLE DISCUSSIONI LA RIDUZIONE DELLE COMMISSIONI DA 12 A 6

POTENZA – La miccia è partita dai numeri: i 59mila euro all’anno di gettoni legati al consigliere Di Noia (leggi qui) e il costo globale annuo di un milione hanno scoperchiato la pentola sui costi del Consiglio Comunale di Potenza. Ma l’inchiesta di LucaniaOggi va oltre le cifre, svelando le falle di un sistema regolamentare permissivo e il clima di dura ritorsione politica che si respira al Palazzo del Fascio. Tutto il polverone sollevato in questi giorni, rimasto troppo a lungo nascosto sotto il tappeto, dimostra una verità fondamentale: le istituzioni vanno gestite con rigore e trasparenza, nel pieno rispetto dei cittadini che le finanziano.

Il regolamento lacunoso: lo scudo dell’allontanamento “fantasma”
Il caso Di Noia accende i riflettori su un regolamento comunale strutturalmente lacunoso. Mancando di una soglia minima oraria esplicita per convalidare la seduta (come il tassativo 50% di presenza, previsto in molti comuni più attenti), il testo interno viene usato come un comodo
“scudo” per coprire la prassi di alcuni del “firma e via”. A questo si aggiunge un vuoto operativo intollerabile: oggi il consigliere che si allontana dall’aula non è tenuto a dichiararlo. In questo modo si nasconde il fatto che molti eletti escano dalla commissione solo per sbrigare faccende personali all’interno dello stesso palazzo o, peggio, per andare via del tutto, incassando il gettone come se avessero partecipato ai lavori. La legge statale (art. 82 del TUEL) e la Corte dei Conti sono però categoriche: il compenso esige una partecipazione effettiva. Con questo vuoto sui controlli fisici e normativi, i controlli del Comune sugli emolumenti rischiano di saltare, esponendo i funzionari che liquidano le somme al rischio concreto di autorizzare pagamenti non consentiti dalla legge, con conseguente danno erariale.

La “mattanza” in Commissione e la linea seria di Pace
Chi prova a chiedere trasparenza e contesta queste storture finisce nel mirino. È quanto accaduto al consigliere Pace, vittima di quella che è stata definita una vera e propria “mattanza istituzionale” in Prima Commissione (leggi qui). La denuncia di Pace per “bullismo e ritorsioni politiche” – che ha investito direttamente il Prefetto e la Segretaria generale – nasce proprio dai provvedimenti di sospensione emanati, senza averne il potere, dal presidente del consiglio comunale, l’avvocato Pierluigi Smaldone, usati politicamente per silenziare l’attività di critica e colpire chi contesta il sistema.
Gli sviluppi della vicenda danno però pienamente ragione a Pace, che l’ha spuntata su ogni fronte. Le sue battaglie dimostrano la validità di una proposta che ha messo sul tavolo: ridurre drasticamente il numero delle commissioni. Una linea seria da valutare con estrema attenzione, anche alla luce del fatto che le argomentazioni trattate nelle sedute risultano essere spesso meri “espedienti” che apparentemente sembrano utili più a riempire il calendario e giustificare la convocazione dell’organo, piuttosto che reali esigenze della città.

La gestione Smaldone al bivio
In questo scenario di tensioni e grigiore amministrativo, le modalità di gestione della crisi da parte del Presidente Smaldone finiscono sotto la lente. Poco criticato dalle opposizioni, alle quali questo sistema di fatto conviene e fa comodo per non intaccare i privilegi dei propri consiglieri di minoranza, Smaldone si muove in un silenzio troppo prudente di fronte agli eventuali abusi, ma non può più fare spallucce. Da un professionista legale la città si aspetta che esegua il suo ruolo di garante super partes: il regolamento va riformato subito adeguandolo alla giurispudenza, obbligando alla tracciabilità di ogni singola uscita dall’aula, per bloccare i compensi facili, azzerare le ritorsioni e restituire dignità democratica a Potenza.